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Sono un papà: chiedimi come sto

Sono un papà: chiedimi come sto

Oggi, dopo cinque anni dalla scomparsa di mia figlia, Aurora, in occasione della festa del papà, voglio raccontare l’esperienza vissuta dal punto di vista di un papà o per lo meno la mia…

Molto spesso ho sentito proferire queste parole: <<Uomini, papà troppo spesso dati per scontato, troppo spesso “messi da parte” nel dolore, perché non madri; non si può paragonare il dolore di una madre a quello di un padre che non l’ha portato in grembo >>. 

Ecco…vorrei analizzare quest’ultimo punto con voi!

Ho scoperto di diventare padre….una gioia immensa! Progettavo anche io la mia vita con mio figlio: dovevo migliorarmi, equilibrarmi, maturare velocemente per poter essere pronto ad essere un padre di esempio. Sognavo cosa avrei fatto con lui o lei, sognavo una famiglia piena di amore, sì, con difficoltà certo, ma vogliamo dirla tutta? I figli danno forza per fare tutti i sacrifici del mondo, rinunce fatte con un sorriso stampato sulle labbra e il sudore che cade dalla fronte.

Poi ci sono quei momenti dove tutto ti crolla addosso… quei sogni si infrangono alla velocità della luce: c’è chi vive una lotta accanto alla culla del proprio figlio, ci sono quei genitori a cui viene comunicato un aborto spontaneo, il <<non c’è più battito mi dispiace>>, c’è chi perde un figlio per una malattia.


In tutti questi casi la famiglia subisce un lutto così enorme che dovrà lottare anche per tenerla unita e non tutti ci riescono. In tutto questo: una mamma che muore dentro e un padre che spesso nel silenzio cerca di supportare la moglie, chiudendo i propri sentimenti, il proprio dolore in una bolla così da poter dedicarsi con tenacia e forza al sostegno familiare. Da chi ti è vicino senti affetto e spesso frasi che farebbero bene a perdersi lungo la distanza fra la loro lingua e le tue orecchie. <<La mamma è sempre la mamma, il suo dolore è “imparagonabile” al tuo, lei lo ha cresciuto, lo ha sentito dentro, lo ha partorito!>>. Si ma io dove sono in tutto questo? Io ho contribuito nel concepimento, i miei sogni di futuro padre, di cosa avrei fatto con lui o lei li avevo creati anche io nella mia mente e nel mio cuore.


Noi papà ricopriamo un ruolo importante, non siamo solo semplici spettatori perché non abbiamo avuto in grembo nostro figlio. Noi papà, troppo spesso, soffriamo in silenzio, perché non possiamo permetterci di far vedere che siamo crollati! Anche noi papà viviamo il lutto e il dolore, anche noi papà rischiamo di spegnere, se non elaboriamo il lutto e il dolore, tutti i nostri sorrisi, le nostre emozioni e i nostri sentimenti in quella bolla per sempre!
Io, Andrea, ho preso in braccio per la prima volta mia figlia Aurora appena morta e stubata, sentendo il suo calore affievolirsi, sentendo il suo profumo per la prima volta, guardandola da vicino per la prima volta, baciandola per la prima volta, vestendola giorni dopo, fredda da frigo per metterla poi nella sua bara bianca che l’avrebbe accompagnata per tutta la sua vita!


Anche io c’ero, ANCHE IO HO VISSUTO UN LUTTO, CHIEDIMI COME STO!


Oggi faccio un augurio immenso a tutti quei papà che ogni giorno lottano per uno stipendio, per risolvere i problemi, che donano amore ai propri figli e alle proprie mogli, a tutti quei papà fra cielo e terra come me che sono riusciti a tener uniti la famiglia e a chi non ci è riuscito dovendo vivere anche il “fallimento”.
Auguri PAPA’, noi sempre e poi sempre lotteremo per il bene dei nostri figli e delle nostre donne perché siamo UOMINI e siamo PADRI!

Andrea Citro,

Presidente dell’associazione Il Giardino di Aurora

Annalisa: parole di una volontaria

Annalisa: parole di una volontaria

13 Marzo 2019.

Primo turno da volontaria. Non più affiancamenti, ora puoi camminare con le tue gambe.
Sentirsi spaesati per il primo turno in patologia della gravidanza: come fare, cosa dire, quando? Ma avevo un sostegno, una nuova volontaria come me, un’amica.

Toc toc… entro nella prima stanza, tanta agitazione che cerco di nascondere: “Buonasera! Sono una volontaria del giardino di aurora!”… un attimo di suspance… ed ecco la risposta: “Buonasera”.
Quella parola che ha dato il via a un’esperienza.
Quel “buonasera” ogni turno dà inizio a nuovi rapporti, a nuove conoscenze, corte o lunghe che siano, ma sempre vere.
Il reparto di patologia della gravidanza, per quanto possa sembrare terrificante (e per qualcuna lo è), è un luogo dove si ha bisogno di rapporti veri, di sorrisi veri, di carezze e sguardi veri!
Io prima del 13 marzo 2019 ne ero terrorizzata: chissà se sarò in grado, chissà chi troverò, chissà se saprò aiutare? Ma la realtà è totalmente diversa: in un anno ho imparato ad andare lì e lasciare fuori tutto, offrendo a queste coraggiosissime mamme, che affrontano difficoltà, solamente e semplicemente me stessa.

Annalisa V.

L’anno che verrà

L’anno che verrà

Caro amico ti scrivo,
è giunta ormai la fine dell’anno e con essa non solo festeggiamenti e fuochi d’artificio ma anche pensieri e riflessioni su ciò che è stato e su ciò che sarà. Tutti, almeno una volta, abbiamo indugiato nella stesura di una lista di buoni propositi che, carichi di speranza e fiducia, pensavamo potessero migliorare il nostro futuro o quello dei nostri cari.
Anche il Giardino di Aurora non è immune a questo genere di riflessioni e si accinge a stendere un bilancio di ciò che quest’anno ha rappresentato per l’associazione e per le famiglie con cui è entrata in contatto.

Quanto è stato fatto

Il 2019 ha visto l’associazione sempre più impegnata nel reparto di patologia della gravidanza della clinica Mangiagalli con una decina di volontarie operative in reparto.
Anche in Abruzzo il Giardino di Aurora è sempre più impegnato al fianco delle mamme. Ha dato vita all’iniziativa “Per i bambini con i bambini”, partecipato alla giornata mondiale delle malattie rare e ogni giorno lavora per aiutare al meglio le persone che si rivolgono all’associazione.
È nata una linea amica pronta ad ascoltare la voce delle mamme e delle loro famiglie. Dal lunedì al venerdì, un gruppo di psicologhe e psicoterapeute risponde al 320 2274788 per sostenere le mamme nel percorso della gravidanza, a volte complesso e difficile.
In aggiunta le raccolte fondi tenutesi a Milano e Spoltore (PE) hanno beneficiato della generosità di molti e hanno permesso di finanziare le attività associative.
Infine, il 28 Settembre il Giardino di Aurora ha spento un’altra candelina, compiendo quattro anni di attività.

Quanto resta da fare

Guardarsi indietro e riflettere su quanto fatto è semplice e utile, ma altrettanto importante e urgente è stabilire quali siano gli obiettivi e i propositiche animeranno l’azione e le intenzioni del nuovo anno.
Ciò che l’associazione si propone è innanzitutto di incrementare l’aiuto e il sostegno offerto alle mamme e alle loro famiglie.
Per realizzare tale obiettivo è necessario un numero maggiore di volontari e dunque speriamo che il 2020 porti con sé altre persone pronte a impegnarsi insieme a noi.
Vorremmo infine che tanto a Milano quanto in Abruzzo si potessero trovare dei luoghi da adibire a sedi associative, ancora vacanti.

Ci auguriamo quindi che il 2020 sia carico di novità, progetti ed entusiasmo. Lo stesso vorremmo augurare a tutte le famiglie che incontriamo, con l’auspicio che l’anno nuovo possa portare a tutti amore, salute e serenità.

Il Giardino di Aurora augura a tutti un felice anno nuovo
Notizie dal reparto: il coro di Natale

Notizie dal reparto: il coro di Natale

8 Dicembre 2019, Clinica Mangiagalli, Milano.

Nel giorno dell’Immacolata, con l’avvicinarsi del Natale, il reparto di Patologia della Gravidanza e la sua area relax si sono riempiti di bambini e musica.

Come ormai da tradizione, i coristi del Coro delle Stelle sono venuti a far visita alle mamme ricoverate in reparto e alle loro famiglie. 
Intonando la Ninna nanna di Pace, le dolci note de Lo stelliere e concludendo con l’intramontabile Let it be, le giovani voci del coro ci hanno ricordato quanto l’amore, la pace e la speranza siano i regali più importanti e preziosi da chiedere a Babbo Natale.

E come ogni festa di Natale che si rispetti non sono mancati cibo e sorprese. Bambini, mamme e volontarie hanno fatto merenda con dolci e salatini, prendendo posizione sull’annoso dibattito: panettone o pandoro?
Dal numero di confezioni di pandoro aperte, si può affermare senza ombra di dubbio che in reparto il pandoro vinca a man bassa, lasciando al panettone solo le briciole o, sarebbe meglio dire, i canditi.
Infine, palline natalizie realizzate dalle volontarie sono state distribuite alle mamme, ognuna delle quali ha partecipato a una pesca a sorpresa. Chissà che cosa contenevano quei pacchettini?

Insomma, come è facile intuire il desiderio che ha mosso l’organizzazione di questo evento era quello di poter donare un pomeriggio diverso dal solito, che avesse il sapore del Natale, del suo calore e della sua gioia, o che almeno ci si avvicinasse un poco.
Con la speranza di esserci riusciti almeno in parte, tutti i volontari del Giardino di Aurora si uniscono nell’augurare alle mamme ricoverate e alle loro famiglie un Natale sereno e pieno di amore.

Essere Volontario

Essere Volontario

Mi chiamo Elisa, ho 42 anni … 43 a breve, sono sposata e ho due bambini. Fino a qualche mese fa impiegata part time, fino a quando ho ricevuto la tanto temuta lettera di licenziamento, troppa crisi, vertiginoso calo di fatturato e l’inevitabile conseguenza: taglio del personale.

Dopo l’iniziale shock ho però realizzato che questa era finalmente l’occasione che aspettavo: avrei potuto riprendere in mano un pochino della mia vita, fare ciò che più io amavo, dedicarmi alle mie passioni, avere un po’ più di tempo libero per me … già … PER ME … MIA … IO … perché purtroppo, troppo spesso, la propria sfera personale diventa il metro di misura per valutare se si è felici o no.

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E invece, inaspettatamente, ha cominciato ad insinuarsi dentro di me l’idea che forse avrei potuto dedicare parte di quel tempo che mi era stato concesso per fare qualcosa di utile per gli altri.

Incuriosita dai tanti racconti di mia mamma, che faceva parte già da tempo dell’associazione, mi sono decisa! E dopo un breve percorso formativo sono finalmente diventata volontaria del Giardino di Aurora!

Essere volontario significa prima di tutto cambiare prospettiva, passare da una visione egoriferita ed egocentrica a una visione allargata di noi … non più noi al centro del tutto, ma noi insieme e per altri, con cui confrontarsi, condividere, fare nuove esperienze.

Non importa quale sia il motivo che spinge ad essere volontario, ragioni personali, ideologiche, religiose, umanitarie … ti consente di aprire la tua mente, metterti in discussione, crescere e ampliare la tua visione del mondo, e tutto questo a beneficio, oltre che di noi stessi, di molte altre persone che hanno bisogno di aiuto. Fare volontariato ci fa apprezzare il valore della gratuità, soprattutto nella nostra epoca, in cui il tempo è sempre meno e le cose da fare sempre di più. E in cui non si fa nulla in cambio di nulla! E dopo la mia esperienza, seppur breve, non posso che essere meravigliata dalla sensazione di benessere che deriva dal fatto di potersi rendere utile per gli altri.

Al Giardino di Aurora ho conosciuto persone fantastiche, diverse da me per età, esperienze, abitudini … ma la cosa che mi ha stupita maggiormente è la sensazione di conoscere ciascuno di loro da sempre, come se la comunione di intenti e di valori che ci unisce ci rende davvero parte di un’unica, grande famiglia.

Per questo ringrazio Monica ed Andrea, perché con tanto impegno e forza di volontà sono riusciti a far fiorire, dal terreno inaridito dal dolore e dalla sofferenza, un meraviglioso Giardino, ricco di piante diverse tra loro, ma che affondano ed abbracciano le loro radici nella stessa meravigliosa terra.

 

Un post partum difficile

Un post partum difficile

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Nel momento in cui un bambino nasce anche una madre sta nascendo. Lei non è mai esistita prima. La donna esisteva, ma la madre, mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo. (Osho Rajneesh)

L’esperienza della gravidanza rappresenta un momento particolarmente delicato per la futura madre, per la coppia di genitori ed anche per le rispettive famiglie di origine. La futura madre, nello specifico, è chiamata ad una ristrutturazione della propria identità e del proprio mondo interiore per acquisire il nuovo ruolo materno. Questo processo di ridefinizione di se stessa si muove attraverso due movimenti: uno regressivo, nel tentativo di rielaborare le proprie relazioni con le figure genitoriali, ed uno progressivo, volto all’acquisizione della nuova identità di genitore. Il primo processo è fondamentale, in quanto l’identificazione con la propria figura materna pone le basi per l’acquisizione della nuova identità genitoriale: in parole più semplici, ripercorrendo la traiettoria delle relazioni e dell’attaccamento instaurato con il proprio genitore, la puerpera inizia in modo inconsapevole sia ad acquisire le competenze parentali, sia a creare un legame con il nascituro.

Parallelamente però affinché si realizzi una ridefinizione corretta della propria identità e l’acquisizione della nuova è necessario che la madre si crei uno spazio mentale e rappresentazionale nel quale possa iniziare a fantasticare sull’immagine di sé in quanto madre e sul proprio futuro bambino. Tali rappresentazioni sono fondamentali in quanto permettono alla donna di familiarizzare con il bambino, di porre le basi per la costruzione di un buon legame di attaccamento e per l’acquisizione di buone capacità di caregiving.

Tali processi psichici, che caratterizzano la donna sin dall’inizio della gravidanza avvengono, nella maggior parte dei casi, in modo automatico e senza che vi sia una reale consapevolezza da parte della neomadre; il rischio, tuttavia, compare nei casi in cui tali modifiche psicologiche non avvengano o nel momento in cui non vadano a buon fine. Queste situazioni possono quindi originare dei quadri psicopatologici più o meno gravi e stabili come il maternity blues (MB), la depressione post natale (DPN) o la psicosi puerperale.

Il maternity blues, conosciuto anche come “sindrome del terzo giorno” o “sindrome transitoria”, come già suggerisce il nome, ha un decorso transitorio e reversibile e comparato agli altri disturbi dell’umore risulta più blando e meno pervasivo: emerge solitamente nella prima settimana dopo il parto, normalmente tra il primo ed il terzo giorno ed ha una durata variabile tra le poche ore ed alcuni giorni. Esso si configura come uno dei più comuni disturbi dell’umore manifestati dalle puerpere, con percentuali che vanno dal 30 all’80%.

Le manifestazioni tipiche del disturbo includono due tipologie di sintomi: fisici e psicologici. I primi si manifestano attraverso disturbi del sonno, mancanza di energie, inappetenza, i secondi determinano brusche oscillazioni dell’umore, iper sensibilità, crisi di pianto improvvise, sensazione di isolamento, sentimenti di vulnerabilità, cui possono aggiungersi stanchezza mentale, ansia e stato confusionale.

Collocato sul versante opposto del continuum che idealmente attraversa i disturbi dell’umore nel post partum, individuiamo la presenza di una condizione decisamente più severa, ma nel contempo molto più rara, che prende il nome di psicosi puerperale. La prevalenza della sindrome si attesta intorno allo 0.2% della popolazione generale, con 1-2 casi ogni 1000 nascite.

Le pazienti possono sviluppare sintomi quali: allucinazioni, perplessità, incoerenza, disorganizzazione del comportamento, disorientamento, confusione mentale ed euforia. In alcuni casi, la psicosi post partum rappresenta una manifestazione del disturbo bipolare, una condizione che richiede grande attenzione in quanto la sicurezza della madre e del bambino può essere messa a repentaglio: la puerpera, infatti, può sviluppare deliri collegati all’esperienza materna considerando il proprio figlio posseduto, con forze soprannaturali, divino o morto.

Tra i due disturbi sopracitati, potremmo situare un’altra sindrome: la depressione post natale, alla quale l’opinione pubblica sta forse finalmente volgendo l’attenzione dovuta.

Il DSM V, il manuale di riferimento per eccellenza degli psichiatri e degli psicologi, considera la depressione post-natale come una forma di depressione generale, specificata come “post partum” se ha esordio entro le prime quattro settimane successive al parto; Si stima che tra le neo mamme il 10 – 20% può andare incontro a questo disagio psichico.

Essa include i sintomi quali tristezza, facilità al pianto, mancanza di motivazione, diminuito interesse per il cibo o per la cura di se stesse, difficoltà a concentrarsi e perdita d’ interesse nei confronti del bambino.

Ciò che contraddistingue questa forma di depressione è soprattutto l’insicurezza in relazione alle proprie capacità materne, la sensazione di incompetenza e di disperazione. Si configura, dunque, come una condizione nella quale la neomadre esperisce una sensazione di vuoto, di non avere persone di riferimento, di non aver affetto: vissuti che rischiano di farle perdere interesse per se stessa e per il mondo circostante, ivi compreso il suo bambino.

Si possono osservare depressioni post partum caratterizzate da una sintomatologia lieve o moderata, la cui durata può variare da alcune settimane a pochi mesi, con facile remissione e possibili ricadute, e depressioni post partum più gravi, che possono durare un anno o più.

Infine, negli ultimi anni i ricercatori hanno indagato se l’esperienza del parto potesse rappresentare un evento inquadrabile nella categoria diagnostica dello stress post traumatico. La presenza di un disturbo da stress post traumatico in seguito all’esperienza della nascita mostra come tale problematica, dunque, non riguardi soltanto eventi che oggettivamente sono traumatici e scioccanti, ma anche eventi benigni e felici, come può essere la nascita del proprio figlio.

Un disturbo post traumatico in seguito al parto determina nella puerpera una condizione di re-experiencing nella quale rivive nella propria mente l’esperienza del trauma, l’evitamento degli stimoli associati e non, all’evento traumatico (ad esempio evitamento delle procedure mediche o dell’ospedale, ma anche del contatto con il proprio bambino e dell’intimità sessuale), ripetuti sogni o flashback dell’evento e infine,  alti livelli di iper-attivazione e in alcuni casi sintomi dissociativi; il rischio maggiore è che in alcuni casi, lo stesso bambino possa rappresentare un elemento di richiamo dell’esperienza traumatizzante, attraverso una percezione o una sensazione, riattivando tutta la sintomatologia sopracitata. Quando i sintomi non vengono trattati il pericolo è che i comportamenti di evitamento, in primis, tendano a perdurare, determinando a cascata ulteriori problematiche quali: scarsa capacità di far fronte agli eventi, diminuzione di interessi e reattività positiva.

Una conoscenza più approfondita dei disturbi emotivi cui può andare incontro una mamma in seguito all’esperienza meravigliosa come quella della nascita del bambino, potrebbe spingerla ad uscire dalla condizione di isolamento verbale in cui a volte può confinarsi: le elevate aspettative sulla gravidanza prima e sulla maternità poi, della famiglia e della società allargata, possono impedirle di verbalizzare la sua sofferenza e chiedere l’aiuto necessario, rischiando, però, di compromettere la bellissima esperienza dell’essere genitore.

Articolo by: Federica

“Sono Federica, una (quasi) psicologa in erba, che si divide tra Milano, città della testa, e Perugia, città del cuore. 
Sono una persona dai multiformi interessi, che spaziano dalla lettura al giardinaggio, dalla cucina al volontariato. 
Essendo nata nel cuore verde d’Italia, non posso che amare la natura e gli animali (soprattutto i cani!!)”
Comunicare e sensibilizzare – Le campagne social

Comunicare e sensibilizzare – Le campagne social

img_video_sensibilizzareFarsi conoscere è importante, lo sanno bene le aziende che creano piani di comunicazione e marketing studiati e lo sanno bene anche le associazioni. Farsi conoscere è molto difficile e una campagna tv o social può aiutare, ma è un argomento molto complesso sotto più punti di vista.

  • Le associazioni nella maggior parte dei casi non hanno i mezzi economici simili alle grandi aziende e multinazionali.
  • Bisogna parlare di argomenti che non sempre vengono considerati “normali” nella vita di tutti i giorni, le persone vanno sensibilizzate, spesso su argomenti tristi e che mettono le persone di fronte ad una reazione di stupore misto a disagio.
  • La maggior parte delle persone non pensa di poter “fare la differenza” che invece noi, membri delle associazioni no-profit, sappiamo benissimo farebbero.

Su questa scia quindi ho deciso di creare questo articolo che presenta le campagne di sensibilizzazione più belle. ATTENZIONE! Questo non vuol dire che siano solo belle e felici ma anche geniali, riflessive e, purtroppo, a volte tristi.

ITS Brasil – EFFICIENT FURNITURE

Questa campagna cerca di trattare l’argomento dell’inclusione delle persone con disabilità fisiche sul luogo di lavoro. Solo perché una persona sia disabile questo non vuol dire che non possa essere ugualmente efficiente sul posto di lavoro, proprio come questi “pieces of furniture”.

 

Alzheimer’s Disease International – LOST TIMELINE

Altra iniziativa, ormai del 2012, è quella che vuole sensibilizzare le persone sull’argomento Alzheimer. La famosissima agenzia pubblicitaria Ogilvy & Mather ha creato una campagna ad hoc.

Attraverso i social media e un video virale, è stato chiesto alle persone di donare la propria timeline di Facebook attraverso l’installazione di un’App. Questa App, è stata poi attivata solamente il 21 settembre, giorno simbolo della lotta contro l’Alzheimer.

I milioni di partecipanti si sono ritrovati con un profilo facebook completamente vuoto, bianco, cancellato, come se la memoria li avesse traditi, nessuna traccia di cronologia, immagini, video ed amici. Ora capite cosa significa non avere ricordi?

[il video che invitava a donare la propria timeline]

 

[il video di presentazione dell’intero progetto]

 

Swedish childhood cancer foundation_HAIR-RAISING

Le pubblicità che vediamo ogni giorno spesso non tengono conto di altre realtà, come ad esempio gli spot in cui si elogia la bellezza di essere madre con immagini idilliache, ma che può essere visto come un tormento da madri che hanno perso un figlio o vivono una situazione difficile. In Svezia è stato molto apprezzato l’ingegno di una casa cosmetica che pubblicizzava un nuovo shampoo in maniera non convenzionale: fermata della metro, un totem digitale proietta l’immagine di una ragazza con i capelli lunghi, questi capelli all’arrivo della metropolitana sono così puliti e splendenti che volano letteralmente spinti dalla corrente creata dal mezzo.

La swedish childhood cancer foundation ci offre una sua rilettura e dà vita ad un rifacimento dello stesso spot con un fattore destabilizzante per chi guarda ma che fa riflettere.

 

Avete visto qualche campagna social interessante? Commentate e suggeritecele!!!

Identikit di un volontario

Identikit di un volontario

family_silhouetteDomanda a bruciapelo sulla chat dei volontari del Giardino di Aurora: “Cosa significa per te essere volontario?”

“Ricevere molto donando poco … far ritrovare la ricchezza dentro alle persone e vedere quanto possono ottenere da se stesse, stupendosi della loro forza” (V.)

“Ogni gesto buono è un gesto d’amore, qualcosa che doniamo alla vita” (A.)

“Quella cosa che ti senti dentro e che ti fa stare bene, che ti dona energia e ti fa sentire utile e anche un po’ invincibile” (M.)

“… Sostegno ed empatia affinché le persone non si sentano sole” (M.)

I volontari sono persone da ammirare, perché aiutano gli altri senza riserve, senza aspettarsi nulla in cambio se non un sorriso, spesso sono degli equilibristi che devono riuscire a mediare tra tutti gli impegni della vita quotidiana, il lavoro, gli amici, la famiglia e ovviamente il volontariato. Senza di loro però ci sentiremmo un po’ persi, è inutile negarlo, i volontari ci servono, sono persone che ci fanno credere ancora nella bontà dell’umanità, quell’umanità che rinuncia ad attimi di vita personali per riuscire ad essere sostegno per gli altri.

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Che si tratti di volontari del 118, delle associazioni sparse per tutto il territorio o anche di semplici donatori del sangue, questi saranno per un attimo nella vita di qualcuno la sua salvezza. Non una salvezza biblica ma più terrena, quella che ti dà una mano a rialzarti, quella di essere conforto in un momento nero e di riuscire a sopravvivere al dolore.

Non è raro poi, che persone che hanno vissuto momenti traumatici in prima persona diano vita ad associazioni e gruppi e decidano poi di dare sostegno a loro volta, nessuno deve sentirsi solo.

È proprio con questo intento che le associazioni come la nostra “il giardino di Aurora” nascono e crescono, grazie all’impegno di persone straordinarie che condividono il nostro progetto e parlano di noi ad altri, creando una rete di relazioni “solidali”.

Avevo letto questa frase poco tempo fa: “Dopo il verbo ‘amare’ il verbo ‘aiutare’ è il più bello del mondo” ed è assolutamente vero, se non fosse che il verbo aiutare comprende già quell’amore che ci spinge ad essere buoni con gli altri, ad aiutarli nel momento del bisogno e ad essere a volte anche la loro forza. Il verbo aiutare amplifica tutto, quella forza e quell’affetto che sono indispensabili per un volontario e saranno indimenticabili per le persone che ne usufruiranno.

Parlare, ascoltare, stringere, abbracciare, sostenere, ridere, agire, aiutare… tutto questo è puro amore, bisogna solo scegliere come impiegarlo.

Martina S.